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| giovedì 11 luglio 2002 Incontro con Alessandro Antichi
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Oggi l'avv.
Alessandro Antichi è
il sindaco di
Grosseto. |
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Sindaco
Alessandro Antichi, lei è un uomo di 44 anni,
avvocato. Ha sempre vissuto e lavorato a Grosseto. E’ sposato e ha quattro
figli. E’ sindaco per la seconda volta della sua città. Cosa stiamo dimenticando
di importante? La mia irresistibile attrazione per i libri? Ne leggo anche quattro alla settimana, ma questo riguarda solo me. Forse dovrei ricordare i ruoli di rappresentanza degli Enti locali che mi sono stati conferiti in questi anni: mi riferisco al fatto di essere responsabile nazionale dell’ANCI (l’Associazione nazionale dei Comuni italiani) per il settore-servizi pubblici, e di rappresentare i Comuni medi nella conferenza Stato-Città (organismo di consultazione della presidenza del consiglio, previsto dalla legge). Faccio anche parte del consiglio di amministrazione del Formez, l’agenzia di studi e formazione di Palazzo Chigi. Avrò detto tutto?
Tre cose importanti che lei ha fatto per la sua comunità, da quando è diventato sindaco di Grosseto, nel 1997.
Credo innanzitutto di
essere riuscito a convincere i Grossetani che la nostra non è la terra della
solitudine, dell’emarginazione e dei sogni di cambiamento destinati a restare
tali. Ci sono riuscito grazie ad una politica del fare (ricordate il
“governo di famiglia” di Leopoldo II?) che ha prodotto veramente risultati
straordinari, in termini di investimenti, di
moltiplicazione dei servizi, di trasformazione del volto urbano, di
realizzazioni concrete. Opere attese da decenni
(perché ciascuna poteva diventare un volano potente di promozione del
territorio e rilancio economico-occupazionale) che in una manciata di anni sono
state tirate fuori dai cassetti: è bastato questo per mettere in moto un
circolo virtuoso che sta coinvolgendo cittadini e imprese fino a farci
diventare – rilevazioni Censis alla mano – la provincia toscana più dinamica. E poi: riscoprire tutti insieme il senso dell’appartenenza, del
sentirsi comunità. Identità e radici: con il recupero e la restituzione
alla fruizione collettiva di luoghi-simbolo del
tessuto storico-architettonico, ma anche con l’insediamento di un polo
universitario dall’offerta scientifico-didattica sempre più ricca, articolata e
originale. Siamo un popolo con un passato importante di cui andare orgogliosi,
senza pigrizie o sensi di inferiorità, ed un futuro al
quale guardare con rinnovata fiducia. La
terza cosa? Creare un clima, un sistema, di nuove libertà.
Libertà di avanzare un’idea e presentare un progetto sapendo
di trovare finalmente nell’Amministrazione porte aperte. Restituire a tutti una voce, uno spazio, un legittimo primato, al di là
della stessa politica, al di là dei partiti o delle appartenenze. Una formula
grazie alla quale siamo riusciti ad attrarre nel nostro territorio centinaia di
miliardi di (vecchie) lire di investimenti esterni.
Una formula che da sola vale tutti insieme i tanti risultati messi a segno in
questi anni (un elenco lunghissimo e incoraggiante). Una
formula che ha convinto e contagiato. E che
resterà nel tempo – ci conto - anche quando passerò il testimone. Perché ormai
sono comportamenti, culture, che appartengono a tutti: ed era proprio questo quello che volevo. No, in questi pochi anni non c’è davvero
stato il tempo di annoiarsi.
Perché i suoi concittadini l’hanno riconfermata,
sindaco, nel 2001?
Perché sono riuscito a fare tutte le
cose che avevo promesso e anche di più, credo. Perché tanti di loro (il 58%) si sono
sentiti liberi di accordarmi fiducia e consenso anche ben al
di là degli schieramenti.
Per
Grosseto un sindaco liberale e moderato è stata una
rivoluzione. Finalmente l’alternanza... Ma cos’è cambiato
davvero? E’
cambiato tanto: e il punto vero è che
non sarà più possibile, comunque vadano le cose,
tornare indietro. Perché la gente si è riappropriata di un nuovo protagonismo,
ha capito che volendo si può voltare pagina ogni volta
che è necessario, che non esistono più oligarchie blindate e rendite di
posizione. Oltretutto, la doppia sconfitta alle comunali a Grosseto ha fatto
venire a galla in tutta la sua portata una crisi della
sinistra locale che è davvero devastante. Sono a corto di idee
e di uomini, divisi su tutto. Difficilmente si inseriscono
nel dibattito sulle cose che contano per il futuro della città, avanzando una
proposta forte. E’ come se l’aver perso il potere avesse fatto emergere un
vuoto profondo, che non sanno colmare.
E dentro di lei cos’è cambiato? Sono sempre lo stesso, con in più una consapevolezza: ogni volta che faccio una scelta non ne va della mia sola vita o di quella della mia sola famiglia, ma si tratta di questioni che possono riguardare i destini di decine di migliaia di persone. Si chiama responsabilità del ruolo, tanto più alta quanto più è vasto, come nel mio caso, il consenso popolare.
Riesce
ancora a lavorare come avvocato o fa il sindaco a tempo pieno? Faccio
il sindaco a tempo pieno eppure tutto sommato riesco a
non trascurare del tutto la professione. Ma solo grazie al fatto che i miei
colleghi di studio – che è uno studio associato – sono amici fraterni, di antichissima data. Ce
la fa a sbarcare il lunario con moglie e quattro figli? Quello che è sicuro è che, da questo punto di vista, fare il sindaco è una rimessa. Se continuassi a fare l’avvocato a pieno regime i conti di casa andrebbero decisamente meglio. Il momento più felice e quello più frustrante della sua vita politica. Quello
più felice sicuramente la prima elezione: perché fu come afferrare un toro per
le corna, guardarlo negli occhi e potergli dire: ho vinto io, hanno vinto i
Grossetani, dopo cinquant’anni qualcuno ha detto basta e ce
l’abbiamo fatta. C’era il senso di una svolta epocale,
l’aver vinto una sfida giudicata impossibile. Quello più frustrante arrivò poco dopo: non si inventa una classe dirigente dalla
sera alla mattina e, all’interno della nostra stessa coalizione, all’inizio ci
furono svariate fibrillazioni. Lo definisco frustrante, quel momento, per la
grande sproporzione che c’era tra queste fibrillazioni – del tutto apolitiche –
e l’importanza della stagione politico-amministrativa
che si era appena aperta. Poi le cose sono nettamente migliorate, per fortuna.
Le persone, i rapporti – e la politica – sono andati
via via molto maturando.
Lei è
credente e cattolico. Le sue convinzioni c’entrano con il suo lavoro politico
quotidiano? L’aiutano? O la ostacolano?
Per un uomo di fede, la fede è un aiuto
sempre. Sono un cattolico liberale: una cultura politica forte ed un ancoraggio
interiore altrettanto importante. La politica ha la sua autonomia, i suoi
tempi, i suoi compromessi, ma non può decidere tutto, sostituendosi all’etica e
alla libertà personale di ciascuno. Questo proprio no.
Lei è sostenuto dai partiti della Casa della Libertà e da
movimenti civici e locali. Le riconoscono il ruolo di capo dell’alleanza?
Ci sono ruoli che non derivano da
investitura divina ma si guadagnano sul campo. Penso che questo sia uno di quei
casi. Ci vuole leadership, ovvero:
capacità di fare squadra, lavorare insieme, per obiettivi comuni. Far crescere
– appunto – una nuova classe dirigente.
Citi il nome di due colleghi sindaci della
Toscana, possibilmente uno di centrodestra e uno di centrosinistra, con cui ha
rapporti di autentica stima e collaborazione.
Fra
i tanti: Monica Faenzi, da un anno sindaco di centrodestra di Castiglione della
Pescaia, e il sindaco diessino di Firenze Leonardo Dominici.
Mi spiego. La Faenzi è stata mio assessore a Grosseto durante il primo mandato:
per lei è stata una grande palestra e con lei nel 2001
siamo riusciti ad esportare in altri pezzi importanti della provincia,
tradizionalmente governati dalle sinistre, il modello grossetano. Una bella
soddisfazione. Dominici, invece, oltre che sindaco di Firenze è il presidente
nazionale dell’ANCI, e lavoriamo insieme sul serio.
Chi comanda nella Casa delle Libertà in
Toscana, oggi?
Bella domanda.
La Toscana della Casa delle Libertà oggi esprime autorevolissimi esponenti
delle Istituzioni e del governo, dalla seconda carica dello Stato - il
presidente del Senato Marcello Pera - in giù. Ed ha in
Altero Matteoli, candidato nel 2000 alla presidenza della Regione, un ministro
di grande spicco ed un forte riferimento politico. Fate voi.
Cosa
vuole la Casa delle Libertà per la Toscana, oggi?
Esportare
il modello grossetano in tutta la regione, spero.
Lei è stato
presentato pubblicamente, mercoledì 17 aprile scorso, come un possibile
candidato governatore della Toscana nel 2005, per il centrodestra. Com’è
andata?
E’ andata
che ho semplicemente, e volentieri, ceduto alle pressioni di un giornalista
bravo e curioso, che è andato a
ficcare il naso proprio nell’ipotesi su
cui stavamo ragionando da qualche tempo con alcuni amici dello schieramento. Si
tratta di una proposta che mi è stata realmente avanzata e che ho creduto
opportuno sottoporre sin dai primi passi alla pubblica discussione. Qualcuno ha
detto che ho fatto male a raccontare la verità: troppo presto, troppo ‘a
freddo’, eccetera eccetera. Ma io sono fatto così: è una ipotesi
di cui si discute, che c’è di strano a parlarne senza dover passare per forza
attraverso le solite liturgie e i no comment
poco credibili?
Ci sono altri candidati? Ci sarà un
dibattito? Come e attraverso che passaggi lei
diventerà davvero il candidato governatore per il centrodestra, per le elezioni
del 2005?
Spero
bene! Spero che ci sia dibattito, proposte diverse da valutare tutti insieme. Spero si trovi il modo di raccogliere
l’opinione della gente, a cominciare da quella che vive nelle cosiddette
‘periferie’ (in senso geografico e… politico-culturale). Alle candidature
imposte dall’alto non ci crede più nessuno. E hanno
vita breve. Io intendo fare il sindaco fino in fondo,
ma sarei orgoglioso di poter servire la mia gente, la gente di Toscana, in
questo o in altri modi, nei prossimi anni.
Cosa pensa che accadrà di
importante, da ora al 2005, in Toscana?
Dato l’andazzo impresso dal governo
regionale, temo niente. Purtroppo. Si tratterà di fare una bella traversata nel
deserto, altro che! Intendiamoci: nel mio attuale pezzo di Toscana spero che
almeno una cosa in questi anni venga fatta. Parlo del
completamento dell’autostrada nel tratto Civitavecchia-Livorno. Il governo
nazionale questa volta fa sul serio. E a tutti noi è
chiesto di discutere rapidamente un tracciato ragionevole. Sarebbe un evento
paradigmatico, per marcare la differenza con decenni di chiacchiere a vuoto e
un’idea antistorica del nostro territorio. Un’idea che resiste solo in certi
‘vip della Maremma d’estate’ o in certi intellettuali tristi alla
Martini (l’attuale governatore della Toscana, ndr).
Cosa
sogna per la Toscana?
Rischio di ripetermi, ma consentitemelo:
sogno l’applicazione su scala regionale del modello grossetano. Fare comunità, intraprendere strade nuove, rimettere in moto lo
sviluppo.
In una
parola: riscoprire un nuovo senso di “avventura”. Dice Vittorio Mathieu che la
parola avventura nasce contemporaneamente all’Europa, cioè
nasce dal latino dei Franchi come neutro plurale: ad ventura, le cose
che ci vengono incontro e che non sono soltanto imprevedibili, ma ci vengono
incontro in un modo un po’ particolare, cioè a patto che andiamo verso di loro.
Non le cerchiamo, perché non sappiamo che cosa siano. Però
se non ci muovessimo noi, non ci verrebbe incontro l’inaspettato. L’Europa
nasce da questo senso o istinto di ricerca, non di qualcosa che si sa cosa
sia, ma di qualcosa che non si sa cosa sia.
Cosa
vorrebbe che i Toscani facessero per se stessi?
Che
ritrovassero lo spirito autentico e migliore della nostra gente, abbandonando
la schiavitù delle convenzioni e del conformismo.
Conformismo intellettuale, culturale, politico. Un pizzico di coraggio in più. Concedersi il lusso di andare una buona volta controcorrente.
L’abbiamo sempre fatto, storicamente, e poi questo spirito si
è indebolito. Parlo del coraggio di cambiare.
Lei giudicherebbe burocratica e sprecona
l’attuale Regione Toscana?
Persino quelli che beneficiano di questo
modello, in fondo in fondo, lo giudicano tale! Finanziamenti a pioggia,
incentivi e contributi erogati con il lanternino politico, un sistema
autoreferente che sta perdendo vistosamente il
contatto con la realtà. Ripeto: persino quelli che ci stanno dentro sanno di
essere premiati da un sistema distorto.
Quale
potere della Repubblica Italiana lei vorrebbe che venisse
restituito al governo della Toscana? O ne ha già
troppi?
Appunto: ragionare in un’ottica di ‘più poteri’
significherebbe sposare una prospettiva sbagliata. Il ruolo dell’istituzione
oggi si rifonda nella capacità crescente di creare sempre maggiori
opportunità. Piuttosto che neo-centralismi, apparati elefantiaci e
pianificazioni astratte, per servire al meglio gli interessi delle diverse
comunità ci vuole un modello di integrazione vera con
le altre autonomie locali e quella che si chiama ‘sussidiarietà orizzontale’. E
questo è proprio uno dei tratti della ‘nuova Regione Toscana’
che dovrebbero essere disegnati con la riforma, in corso, dello statuto:
riservare alla Regione un potere legislativo vero (che significa fissare le
regole generali) e demandare invece l’attività amministrativa, di governo del
territorio, a chi sta sul territorio, cioè i Comuni e le Province.
Contadini,
commercianti e industriali della Toscana stanno diventando euroscettici, per
l’eccesso di dirigismo e di burocrazia dell’Unione Europea. E
lei?
Io penso che sarebbe un errore gravissimo
prendersela con l’Europa in sé, piuttosto che con gli errori e i limiti di
questa stagione di avvio oltre che con i pruriti di
egemonia di altri Stati membri, per i quali la tentazione di frustrare il
fenomeno-Italia è sempre fortissima. Direi che ci vuole anche più Italia, in questa Europa. E mi pare che il
nostro governo, in questo senso, abbia imboccato sin dall’inizio la strada
giusta, a partire dalla tutela della nostra produzione agricola e industriale.
Nei prossimi anni si potrà decidere se la
Toscana dovrà avere un parlamento eletto con la proporzionale, o all’inglese
con l’uninominale. Lei che ne pensa?
Credo
che, sul terreno del sistema politico-elettorale, dovremo smetterla
definitivamente prima o poi di guardare al passato,
con le quote di proporzionale e così via. Ci vorrà tempo ma l’importante è non
tornare indietro, marcare un’opzione netta per il
maggioritario vero, uniformare le formule (la Camera con sistema misto
maggioritario-proporzionale, il Senato maggioritario corretto, le Europee
proporzionali, le elezioni regionali, provinciali, comunali, tutte con sistemi
diversi... ). Sì all’uninominale, insomma, a tutti i livelli e con modalità semplici, chiare, comprensibili a tutti i cittadini
elettori. E sì anche ad un sistema di stampo più
marcatamente presidenzialista. Anche su questo,
nell’occasione della riforma dello statuto regionale, ci vuole una svolta
seria.
Passiamo
a delle questioni scottanti, su cui è diviso anche il
pubblico più liberale e libertario. La facciamo questa parità fra scuole di
stato e scuole promosse da comunità e associazioni private, o difendiamo il
primato della scuola statale?
Se noi non facciamo questa
uguaglianza, sono le cose a farsi in proprio una disuguaglianza di
fatto: scuola pubblica squalificata e poco formativa da una parte, scuola
privata per chi può dall’altra. Gli ultimi anni, soprattutto, per la scuola di
Stato sono stati gli anni del massacro, quasi ci si fossero
messi d’impegno per massificare i giovani nell’ignoranza e a bucare le
gomme del corpo docente. Chi può è scappato e adesso la strada è tutta in
salita. Restituire dignità e spessore ai percorsi didattici, rimotivare gli
insegnanti, per rilanciare come è giusto la scuola
pubblica: una fatica improba, di generazioni, ma necessaria. In questo quadro,
una sana concorrenza, un autentico pluralismo o – se si preferisce – una
formula di vera sussidiarietà – non può che giovare al
sistema dell’istruzione.
Un esempio di discriminazione reale, mentre
si parla tanto, in astratto, di rispetto: le persone che vivono sole, le coppie
omosessuali, le famiglie di fatto non unite in
matrimonio, chiedono di poter entrare liberamente negli ospedali a visitare e a
curare i propri cari, anche se non sono parenti legali. Che
si fa?
Nessuna
legge e nessuno Stato possono negare all’uomo la sua umanità, le sue relazioni,
i suoi affetti.
Che pensa delle politiche
proibizionistiche in materia di consumi personali, sesso e cure?
Penso che la politica dovrebbe esercitare
con grandissima prudenza il proprio potere e non ubriacarsi mai della pretesa
di poter orientare o decidere i destini dei singoli. Capire che la propria
‘missione sociale’ corrisponde al dovere di garantire
la libertà di ciascuno. Evitare di considerare assoluta una
propria etica, personale o di gruppo, applicandola come sistema. Ma c’è
di peggio, proprio in materia di cure: in un caso come la sperimentazione del
metodo Di Bella, lo Stato, il ‘sistema’, la ‘cupola’
dei poteri baronali medico-ospedalieri e delle case farmaceutiche hanno fornito
una prova davvero scandalosa. Difendevano solo se stessi, negando il diritto
della scienza a conoscere gli esiti di una sperimentazione vera e quello della
gente a fare una scelta consapevole per la propria vita e la propria salute.
Chi ha voluto tentare comunque, si è caricato di oneri
economici pesanti (a fronte di sprechi miliardari nella sanità pubblica) e come
se non bastasse viene trattato come un clandestino. Non è questo, la politica.
La politica sicuramente deve essere moderata e misurata, ma deve lasciare
opportunità e libertà di scelta.
Quando la società è divisa fra
proibizionisti e antiproibizionisti su alcuni temi, come la marjuana o la
prostituzione, lei chi pensa che dovrebbe decidere? Il parlamento o il popolo? Si deve cercare di esercitare in modo compatibile diritti e
doveri. Il legislatore – che sia il popolo direttamente o un parlamento - deve
fermarsi sulla porta della vita personale, ma non un metro
prima: scoraggiare l’abuso della propria persona che ne metta a rischio
l’integrità psico-fisica (è la nostra stessa Costituzione a chiedere questo
vincolo); evitare le ‘ricadute’ in termini di rischio sociale
(microcriminalità, violenza nelle case, risse nei quartieri, guida pericolosa,
eccetera); informare; fare prevenzione. Lo deve fare, ma senza ipocrisie:
perché a volte certe scelte proibizionistiche (esemplare il caso dell’aborto)
servono solo a salvare la faccia, mettersi a posto la coscienza e ingrassare di fatto un mercato parallelo. Poi, oltre quella porta, c’è
la dimensione privatissima delle scelte di vita personali, dove a regolarci c’è
un altro genere, altissimo, di responsabilità.
Diamo
per scontato che l’Europa vuole frontiere aperte ma solo ad una
immigrazione legale. Lei chi pensa che dovrebbe decidere le quote?
Intanto tutta l’Europa deve impegnarsi
perché l’immigrazione avvenga nella legalità. I grandi paesi centrali devono
aiutare i paesi di frontiera nell’affermazione della legalità. Le quote non mi
convincono del tutto... Temo che si voglia programmare
troppo... Ma finché ci sono le quote, ritengo che le città e le comunità locali
dovrebbero dire la loro sul numero dei visti e dei permessi di lavoro che si
ritiene di poter dare.
Dopo
quanti anni di residenza lei chiederebbe a un
immigrato legale di diventare cittadino a tutti gli effetti, assumendosi ogni
responsabilità? Ritiene che ci dovrebbe essere un filtro, tipo un esame di
lingua italiana, un giuramento, una valutazione da parte dei suoi vicini di
casa? A parte i vicini di casa (che spesso sono i peggiori nemici
anche nei nostri condomini), giriamo la domanda. Dopo quanti anni di residenza
come immigrato legale un Italiano ottiene la residenza in un paese straniero?
Deve imparare la lingua di quel paese o può sempre contare su canali riservati
(scuole ad hoc per i propri figli e così via)?
Quante leggi, usi e convenzioni del suo nuovo Stato deve
imparare ad osservare? Insomma, ci risiamo: le libertà si nutrono
necessariamente di doveri, e questo vale per tutti, in condizioni di
reciprocità. In qualunque altro caso, parlare di solidarietà o integrazione è
un esercizio di retorica, ipocrisia e malafede politica.
Nei
giorni scorsi, il 4 luglio, si è festeggiato il giorno dell’Indipendenza degli
Stati Uniti d’America, a cui ha contribuito anche il toscano Filippo Mazzei.
Lei cosa pensa degli USA? Che siano una specie (passatemi
l’espressione) di ‘mostro’ a mille teste, valga per tutti l’esempio dei recenti
scandali finanziari, che tuttavia possono emergere ed essere avvertiti come
tali, grazie ad un diffuso e radicato senso del primato del diritto e delle
regole che da noi rappresenta ancora un miraggio. Alcuni di questi volti
corrispondono ad autentici pilastri della democrazia internazionale, altri a
pesanti contraddizioni in materia di politica estera e di protezionismo
commerciale. L’Italia deve molto agli Stati Uniti, ma ha dato anche tanto: come
accade puntualmente tra vincitori e vinti dopo una guerra. Io continuo a volere più Europa, accanto agli USA. E la marcia di avvicinamento della Russia di Putin è uno degli eventi
più positivi di questo tormentato inizio di nuovo millennio. Piuttosto
bisognerebbe tutti (e soprattutto i critici della “globalizzazione”) riflettere
non solo sul ruolo attuale degli Stati Uniti nello scenario mondiale, quanto su
come gli USA siano divenuti, nell’arco di soli duecento anni, la più grande potenza mondiale. Ho trovato, su questo
argomento, molto istruttivo e stimolante il recente lavoro di Hernando
De Soto sui “misteri” del capitale. Ma anche la storia di Filippo Mazzei,
eclettico illuminista toscano (esportatore anche dei nostri valori in campo …
enologico!) mi pare interessante, soprattutto per scoprire o riscoprire che
ruolo hanno avuto, e potrebbero ancora avere, i
Toscani nella costruzione di un mondo più libero.
Lei è mai stato a
Pitigliano, la piccola Gerusalemme della Toscana?
Ho fatto di più: all’inizio della mia
carriera, giovanissimo, sono stato pretore onorario proprio a Pitigliano. Di
recente vi sono tornato per la Giornata della Memoria: è un pezzo di Toscana –
e di storia del mondo – che non lascia mai indifferenti e allarga per forza
l’orizzonte dei propri pensieri.
Lei è mai stato in
Israele? Cosa ne pensa?
Non ancora. Ci sono andate le mie figlie,
in visita ai Luoghi Santi. Spero di andarci presto e di
trovare il paese in pace. Sono stato anche vicino al mondo
giordano-palestinese. Da sindaco ho tentato un gemellaggio fra Grosseto e
Ramallah. Poi, recentemente, a Firenze, durante una manifestazione
istituzionale, per aver difeso Israele e la sua democrazia e per aver accennato
alle contraddizioni della c.d. “lotta di liberazione palestinese” mi sono preso
del “fascista” e dell’
“assassino” dalla piazza. Perché, mi
chiedo, perché? Israele deve vivere sicura. Gli Arabi dei Territori dovranno
avere il loro autogoverno. L’odio e la semplificazione di questi slogan aiutano
queste prospettive?
Lei si
sente sicuro nella sua vita quotidiana? E cosa sta
facendo a Grosseto o cosa farebbe, da governatore della Toscana, per sentirsi
più sicuro e farci sentire più sicuri? Non me ne vogliate, ma questo è proprio uno di quei casi in
cui vorrei davvero esportare il modello grossetano, se
possibile. Perché, classifiche alla mano (da quelle condotte
da Datamedia a quelle sistematicamente riportate dal Sole 24ORE), risulta che
Grosseto è la città più sicura dell’intera regione e ai primissimi posti della
classifica nazionale. Non si può però nascondere che a Grosseto la
sicurezza (e la relativa percezione da parte dei cittadini) sono il risultato
di componenti, anche culturali, difficilmente
riproducibili in altri contesti. Ci si deve provare, tuttavia.
Dove passerà la festa dell’Assunta, il
Ferragosto prossimo? A Grosseto la festa di S.Rocco del 16 agosto è forse più importante dell’Assunta, perché S.Rocco è il vecchio nome di Marina di Grosseto. In quei giorni spero di essere pronto per presentare il progetto del recupero della Fortezza medicea che è appunto il forte di S.Rocco. Quindi sarò al mio posto di lavoro come sindaco. La sera sarò nella casa nuova, quella più grande che aspettiamo da quando è nata l’ultima dei miei quattro figli. Lì avrò finalmente lo spazio per continuare a cedere alla mia irresistibile attrazione per i libri: tirarli fuori dalle scatole, riordinarli, rileggerli, riscoprirli. |
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|
a cura di Mauro Vaiani (vaiani@unipi.it ) |
http://www.toscanalibertaria.org/cammino/2002-07-11-alessandro-antichi.html | ||||||||